Memorie di una guida. Istruzioni per l’uso.

Quando scelsi di studiare storia dell’arte, avevo le idee un po’ confuse. Amavo la pittura, questo sì. Tutta la pittura. E la scultura. E quando riuscivo ad intuire l’armonia profonda che si cela dietro i capolavori dell’architettura ero solita provare un brivido di piacere. Mi era impossibile non tener conto del fatto che l’espressione artistica è parte integrante della spiritualità dell’uomo fin dal momento della sua apparizione nel mondo. L’uomo ha imparato a camminare, a cacciare, ad accendere il fuoco e a dipingere, perché, come diceva giustamente Hopper, “If you could say it in words, there’d be no reason to paint it” (Se tu lo potessi dire con le parole, non ci sarebbe motivo di dipingerlo).

Il primo passo era stato quindi piuttosto facile: a me piaceva l’arte e volevo sceglierla come missione per la mia vita. C’è chi si vota alla politica, chi alla religione: la storia dell’arte sarebbe stata la mia scelta. Il passo successivo era vagamente più complicato e me ne sarei accorta soltanto una volta messo il piede fuori dall’Università:  cosa potevo inventarmi per trasformare la storia dell’arte in qualcosa di redditizio? Chiederlo alla mia famiglia era piuttosto scoraggiante e demotivante: “E mo’ magnate i quadri!”*, dicevano i miei parenti ed i miei amici più assennati, ai quali sfuggiva forse il fatto che l’espressione artistica non è una cosa che può essere considerata una mera sciccheria per membri del Country Club, ma vaglielo a spiegare. L’insegnamento? Utopia. La ricerca universitaria? Ahahahahahahah! No**!

Nessuna velleità accademica quindi. Il contesto sociale e la mia scarsa fiducia nel futuro del nostro Paese mi hanno ben presto convinto che era bene cercare altrove. E’ stato allora che ho cominciato ad analizzare il modo in cui io ero solita approcciarmi alla materia che avevo studiato ed approfondito.

Essere uno storico dell’arte significa viaggiare molto e vedere molto. E’ impensabile studiare le plastiche di Burri senza annusarle, osservarle, senza cedere alla tentazione di toccare per sentire che effetto fa (suvvia, non scandalizzatevi: l’avrete di certo fatto anche voi!). E’ del tutto sterile blaterale dell’oro di tradizione bizantina di Klimt se non si è mai stati abbagliati da quelle sue maestose superfici auree. E la pennellata di Tintoretto? E gli sguardi puntuti dei ritratti di Lotto? Insomma, come diceva Venturi, il trucco sta nel “vedere e rivedere” e, per vedere, bisogna portare gli occhi altrove. Cominciai perciò a viaggiare per scoprire, per incontrare quegli artisti che affollavano le pagine dei miei libri ed al ritorno riuscivo a stento a trattenere il desiderio impellente di raccontare quello che avevo visto. Sì, lo so, tutti vogliono raccontare i propri viaggi, ma non so se voi lo fate come me. Io sono piuttosto maniacale in questo. Io non mi accontento di raccontare. Io vado oltre. Io provo in tutti i modi a convincere le persone che DEVONO andare anche loro, che DEVONO vedere quelle cose, che DEVONO provare quelle sensazioni. Ho visitato più volte la stessa città solo per il gusto di dire ai miei amici “GUARDA! GUARDA! E’ MERAVIGLIOSO!!”. Evidentemente il mio è un caso di “condivisione patologica”. E mentre lo dico mi accorgo che questo è un aspetto che travolge e influenza ogni singolo aspetto della mia vita. Ma è un’altra storia.

Appurato questo, la mia domanda “Cosa fare ora?” trovava un’immediata soluzione: la divulgazione sembrava essere il mio campo. Cominciai così a lavorare come operatrice didattica e come guida turistica e lo faccio tuttora. Bambini, adulti, italiani, stranieri, associazioni culturali, scuole, turisti per caso, personaggi famosi: ho avuto modo di lavorare con le più disparate categorie sociali e ogni visita guidata è stata fonte di ispirazione e spunto per la mia crescita, professionale e personale. E’ questo il materiale che troverete in questo blog: le mie esperienze messe nero su bianco. A cosa serve un blog simile? A chi dovrebbe interessare? Non lo so. Ai miei colleghi, forse. Ai miei amici, sicuramente. A me. Un giorno, quando avrò smesso di blaterare di arte con sconosciuti provenienti da tutto il mondo rileggerò queste cose e forse le troverò persino più divertenti di quanto non appaiano ora. Sarà un diario. Facciamo finta che io lo abbia dimenticato sulla mia scrivania e che le chiavi per aprire il lucchetto siano in bella vista lì vicino. Sbirciate pure, se ne avete voglia.

 

NOTE

*Simpatica espressione in dialetto ciociaro che può essere tradotta in maniera più raffinata in questo modo: “Ed ora mangia i quadri!”. In questo contesto la frase indica la preoccupazione di chi, avendo una figlia laureata in storia dell’arte, sa che la figlia in questione difficilmente riuscirà a guadagnarsi il pane per sopravvivere.

**Mi rifiuto di snocciolare luoghi comuni su raccomandati, professori indegni e sfruttamento delle giovani leve. Mi rifiuto***.

*** Mentre ero intenta ad allontanare anche soltanto l’idea di una feroce tirata contro il sistema universitario, non mi sono accorta di essermi fatta scappare, tra le righe, il mio pensiero sulle delle nefandezze di tale sistema. Chiedo scusa.

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